Ad ogni modo, se in Temple la proposta (che stavolta trasformerebbe il triangolo da quadrilatero in “triangolo a due lati”, “bilatero”) viene scartata, è – va notato – per scrupoli sentimentali di Rob più che morali. La storia propende sempre più verso una china tragica: Lena pativa già una propensione al suicidio; un mattino accade un incidente che coinvolge entrambe le ragazze. Una delle due viene ritrovata morta: il sospetto è che si sia uccisa; l’altra ha parzialmente perso la memoria. Nuovo duro colpo, in più un problema angosciante per Rob: la sopravvissuta è la “sua” Lena o è Dot? Rob non riuscirebbe ad accettare una sua unione con la superstite restando nel dubbio circa sua identità o, peggio, sapendo che non è Lena. A questo punto Harvey scopre un documento da cui si apprende un dettaglio fondamentale: le due ragazze non erano perfettamente identiche. Nella duplicazione, un arnese nella campana del “riproduttore” deve aver lasciato sul collo di Dot due minuscole cicatrici. Harvey e Rob si affrettano a esaminare la pelle della superstite: non c’è alcuna cicatrice, quindi è Lena; Rob e lei potranno quindi ricongiungersi e vivere felici e contenti... Ma poco più tardi Harvey, indagando ancora, recupera una vecchia lettera. C’è scritto che durante un viaggio Dot si era sottoposta a un intervento di chirurgia plastica, eliminando ogni traccia delle antiestetiche cicatrici. Dilemma: dirlo o non dirlo ai due? Da vecchio pragmatista e in armonia con ogni sua precedente iniziativa e con la sua filosofia di vita, il dottor Harvey deciderà di tacere. Ecco il paragrafo finale del romanzo, ultima narrazione del dottor Harvey: “Dieci anni di felicità comune separavano ancora Rob e Lena dalla disgrazia ferroviaria in cui trovarono la morte con le loro due bambine. E mi è di consolazione pensare che sono stato io a dar loro quei dieci anni felici, proprio nei pochi secondi in cui, con la vecchia lettera fra le mani, fui il padrone del loro destino”.

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