Come è riuscito a farsi produrre un film così complesso? Lei è la prova che se gli Studios lasciassero più mano libera agli autori, noi vedremmo più capolavori…

Parliamo di Batman 3?
Non amo molto discutere dei miei progetti fino a quando non siano ad uno stato più avanzato: sto scrivendo una sceneggiatura che segue la stesura di mio fratello. C’è una data di uscita prevista, e spero che la Warner, alla fine, non dica di no…
Ha mai analizzato da dove proviene il ‘meraviglioso’ senso di inquietudine che pervade il suo cinema?
No, sinceramente non desidero avere un approccio troppo analitico nei confronti del mio lavoro. Per me l’unico vero grande momento di identificazione è quello di volere esplorare il punto di vista stesso del film. Mi piace pensare all’idea di una realtà obiettiva rispetto a quella soggettiva con cui noi guardiamo alla vita che ci circonda. Ad interessarmi più di tutto è questa tensione: oltre questa il fondamento del mio cinema è l’idea di scrivere cose che mi entusiasmano e nei confronti delle quali sento di potermi facilmente relazionare. In questo senso credo che il cinema sia un mezzo perfetto per esplorare la realtà e la sua natura, perché è perfetto per creare mondi. Tutti gli strumenti a nostra disposizione, dagli effetti visivi in poi, sono in grado di creare mondi nei quali il pubblico si può rifugiare. Per un regista è una tentazione irresistibile potere avere a che fare con la realtà in questi contesti così estremi.
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