Ancora manufatti dell’uomo sono i protagonisti di Blade Runner, gli androidi umanoidi che hanno imposto nel nostro immaginario la figura del replicante, la copia identica all’originale in grado di superare in ambizioni e umanità i suoi stessi creatori. Questi simulacri rappresentano l’avanguardia di una nuova umanità, potenzialmente libera dai vincoli della natura umana, da quei difetti di programmazione che possono rendere difficile il nostro cammino lungo il sentiero della vita, ma per questa ragione vengono limitati artificialmente dai loro artefici in ragione di un protocollo di sicurezza che in realtà ambisce solo a preservare nelle mani dell’uomo il pieno controllo della vita. I replicanti sono resi sterili e le loro vite vengono limitate alla durata standard di 4 anni. È così per tutti i modelli della serie Nexus-6 della Tyrell Corporation, fatta eccezione per Rachael/Sean Young, il replicante "speciale" di cui si innamora Deckard/Harrison Ford (il cacciatore di androidi, nonché "Distruttore delle Forme" nell’efficace ritratto che ne fa Philip K. Dick nel romanzo ispiratore del film), che forse reca codificato nei suoi geni alterati il segreto dell’immortalità o, se non altro, di una vita "umana".

Il tema centrale di questa piccola perla di Niccol è il conflitto tra predestinazione e forza di volontà. Dove si ferma l’effetto dell’intervento umano e dove comincia, invece, il campo d’azione della volontà? Il nostro futuro è davvero scritto tutto in una sequenza di informazioni di base? E in cosa consiste essere umani? A questi interrogativi cerca di fornire una risposta plausibile e non retorica la pellicola prodotta da Danny De Vito, ammirevole tanto sotto il punto di vista della realizzazione estetica che per il rigore dell’indagine critica, all’altezza della migliore fantascienza di stampo sociologico.
Metamorfosi dei corpi, della mente e dei mondi

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