La verosimiglianza scientifica è stato uno degli elementi più importanti di 2001. Coadiuvato da esperti della NASA e futurologi, oltre che naturalmente dallo stesso Clarke, Kubrick ci tenne a non cadere nei proverbiali errori dei registi di fantascienza. Ad esempio i modellini utilizzati per le astronavi e per la stazione spaziale provenivano da progetti realizzati da ingegneri aerospaziali e alcuni di essi erano stati anche oggetto di studi di fattibilità della NASA.

Ma l’uso della musica per accompagnare 2001 è rimasta: dal monumentale preludio di Also Sprach Zarathustra di Richard Strauss (che nelle intenzioni dello stesso compositore, ispirato dall’opera omonima di Nietzsche, stava a rappresentare la Creazione del superuomo, concetto questo ripreso in pieno da Kubrick) all’indimenticabile Sul bel Danubio blu di Johann Strauss jr., il valzer reinterpretato in chiave fantascientifica dove i primi ballerini sono lo shuttle e la stazione orbitante che insieme realizzano forse la scena più bella del cinema kubrickiano. E poi sempre Ligeti, la cui micropolifonia domina le parti più criptiche del film, quelle del viaggio psichedelico di Bowman. Un viaggio fatto anche e soprattutto di immagini, anche qui giustapposte in maniera antitetica: dal caos primigenio che caratterizza la corsa nel wormhole spazio-temporale prodotto dal monolite, alla calma impossibile della morte e resurrezione di Bowman in una stanza arredata in stile settecentesco, chiaramente un “non-luogo” sospeso in un “non-tempo”.
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