Per concludere, proviamo a parlare di fantascienza italiana. Con tutte le sue contaminazioni (orrore, giallo hard-boiled), questo è fino in fondo e orgogliosamente un romanzo di science fiction, che (cosa purtroppo rara nel panorama italiano) prova a mettere in primo piano le premesse scientifiche e tecnologiche. Quale ti sembra la situazione, in quale direzione ti auguri che si muova?
La fantascienza italiana sta vivendo un periodo che non esito a definire cruciale. Improvvisamente, dopo una fase di contrazione del mercato e degli sbocchi che sembrava lasciare senza speranza autori e lettori, stiamo assistendo a una progressiva ripresa del genere. Merito forse di un cambiamento di sensibilità del pubblico, che sembra tornato a esercitare legittime pretese di interesse e curiosità sul domani. Interrogarsi sul futuro era un po’ passato di moda, diciamoci la verità: ma l’attualità, di questi tempi, impone una revisione radicale nelle strategie di sopravvivenza. E la fantascienza è lo strumento più valido che abbiamo a disposizione per confrontarci tanto con i temi che oggi ci pressano, quanto con le problematiche che potrebbero condizionare il nostro futuro. Sul piano dell’azione, l’Italia mi sembra allineata con la fantascienza britannica e in modo particolare con la nuova generazione del rinascimento scozzese. Attraverso le atmosfere future-noir familiari ad autori come Alberto Cola, Fabio Nardini e Dario Tonani (nella scia di Alan D. Altieri e poi di Nicoletta Vallorani), nell’irriducibilità di personaggi storici della nostra

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